Questo progetto nasce da una riflessione sulla memoria e sul modo in cui essa si deposita negli spazi che abitiamo.All’inizio del percorso il mio interesse era rivolto agli oggetti presenti nella casa di mia nonna: fotografie, mobili, piccoli dettagli quotidiani che sembravano custodire tracce di una storia familiare e personale.

Attraverso la fotografia cercavo di osservare come il tempo lasciasse segni sulle cose, trasformando la casa in un archivio silenzioso di presenze e ricordi. Ogni oggetto appariva come una testimonianza, capace di raccontare frammenti di vita senza bisogno di parole.

Nel corso del progetto, però, il significato stesso del lavoro è cambiato. Il cancro ha fatto visita al corpo di mia nonna e con lei è cambiato anche il mio sguardo verso il suo corpo, fino a quel momento non al centro della mia attenzione.















Corpo come archivio del tempo
Con il passare dei mesi ho compreso che la memoria non abita soltanto negli oggetti o negli spazi che attraversiamo. Esiste una memoria più profonda, inscritta nei corpi, nelle loro trasformazioni e nei segni che il tempo lascia sulla pelle. Una pelle che diventa superficie sulla quale si accumulano tracce di vita, esperienze, dolori,resistenze.
Osservare quel corpo significava confrontarsi con una verità spesso rimossa:il tempo non è qualcosa che attraversiamo dall’esterno, ma una condizione che ci costituisce. Esso agisce silenziosamente su ogni cosa, modificando gli oggetti che conserviamo, gli spazi che abitiamo e i corpi che crediamo di possedere. La fotografia nasce proprio da questa tensione. Da un lato tenta di trattenere ciò che che è destinato a cambiare; dall’altro rende evidente l’impossibilità di fermare il tempo.
Forse è proprio qui che memoria e fotografia si incontrano. Non nel tentativo di arrestare il tempo, ma nella possibilità di sostare davanti alla sua azione.
Le immagini diventano così custodi di un’eco, rendono visibile la distanza che separa ogni presenza dalla sua futura assenza.

